Il nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro: cosa sapere su Mary Shelley

Ho da poco finito di vedere il nuovo adattamento cinematografico di un romanzo gotico senza tempo: Frankenstein, il capolavoro portato sullo schermo da Guillermo del Toro.
Un film visivamente straordinario, immerso in atmosfere cupe, struggenti, dove la bellezza e la crudeltà convivono in ogni scena.
L’interpretazione di Jacob Elordi mi ha lasciata senza parole: riesce a rendere umano un mostro che, in fondo, mostro non è — ma una creatura ferita, nata da un atto di arroganza e solitudine.

Affascinante anche l’attenzione messa nel claim che accompagna il film: “Only monsters play God.”- “Solo i mostri giocano a fare Dio.”
Da copywriter, trovo questa frase estremamente efficace: breve, potente, perfettamente bilanciata nel suono e nel significato. È un messaggio che colpisce perché è quasi un ammonimento universale e attuale.

Ma prima del film e degli slogan, c’è il romanzo.
E come ogni storia immortale, anche quella di Frankenstein nasce da un momento reale, umano, e profondamente poetico.

Come è nato il romanzo di Mary Shelley

Correva l’anno 1816, un’estate piovosa e inquieta.
Mary Shelley — appena diciannovenne — si trovava sul Lago di Ginevra insieme a Lord Byron, Percy Shelley e John Polidori.
Il tempo era pessimo, e il gruppo, costretto a restare in casa, decise di raccontare storie di fantasmi per passare le serate.
Da quell’idea, da quella “gara letteraria” tra amici, nacque il mostro più famoso della letteratura moderna.

Mary raccontò di aver avuto un sogno: vide un uomo, pallido, inginocchiato accanto a una creatura che aveva appena dato vita.
Da quella visione nacque Frankenstein; or, The Modern Prometheus — pubblicato due anni dopo, inizialmente in forma anonima, perché a quel tempo non era considerato accettabile che una giovane donna scrivesse un’opera simile.

Eppure, con quella storia, Mary Shelley non solo diede voce alle sue paure più intime — la vita, la morte, la perdita — ma inventò un genere nuovo, fondendo gotico e scienza, emozione e riflessione.
In quel romanzo vive l’origine della fantascienza moderna, ma anche la delicatezza di una mente che cercava, attraverso la scrittura, di dare un senso al dolore.

Mary Shelley: una donna fuori dal suo tempo

Mary era figlia della filosofa Mary Wollstonecraft e del pensatore William Godwin — due menti rivoluzionarie.
Cresciuta in un ambiente di idee, discussioni e libertà, visse però anche molte perdite: la madre morta dopo il parto, figli scomparsi troppo presto, un amore appassionato e tormentato con Percy Shelley.
La sua vita fu segnata dalla fragilità e dalla forza.

Pubblicare anonimamente Frankenstein non fu una scelta di modestia, ma di necessità: nel 1818, una donna autrice di un racconto scientifico e gotico era un’anomalia.
Solo in seguito, dopo il successo dell’opera, il suo nome comparve in copertina.

Dall’opera al film: un’eredità viva

Oggi Guillermo del Toro riprende la creatura di Mary e la trasforma in un film visivamente potente, dove ogni scena è una riflessione sull’amore, la colpa e la solitudine.
Un racconto che parla ancora a noi, autori, lettori, spettatori, perché ci ricorda che ogni creazione porta con sé una parte del suo creatore.

Ma quali differenze ci sono tra il Frankenstein di Mary Shelley e il film di Guillermo del Toro?

  • Epoca – Nel romanzo l’azione è ambientata nel Settecento illuminista, nel film si sposta all’Ottocento vittoriano, più cupo e gotico.
  • Victor Frankenstein – Nel libro è un giovane tormentato e idealista, nel film diventa più freddo e manipolatore.
  • Famiglia – Shelley mette al centro gli affetti familiari; del Toro li riscrive, rendendoli più distanti e drammatici.
  • Personaggi secondari – L’amico Henry Clerval, figura morale nel romanzo, è del tutto assente nel film.
  • Ruolo femminile – Le donne nel libro sono passive e simboliche, nel film più forti e protagoniste.
  • La Creatura – Nel romanzo è intelligente e sensibile, ma mostruosa; nel film assume tratti più umani e visivamente eterei, con pelle chiara e poteri rigenerativi.
  • Messaggio morale – Shelley condanna l’ambizione e la mancanza di responsabilità; del Toro enfatizza la solitudine e la diversità.
  • Finale – Il libro termina in tragedia e disperazione; il film lascia spazio alla redenzione.
  • Tono generale – Shelley scrive un’opera filosofica e dolorosa; del Toro la trasforma in una parabola poetica e visiva sulla fragilità umana.

Guardando il film e leggendo l’opera, non ho potuto fare a meno di pensare a Mary Shelley, alla ragazza che in una notte di tempesta diede vita a un’idea che ancora oggi ci inquieta e ci commuove.
Forse è questo il segreto delle grandi storie: non muoiono mai, cambiano forma, ma continuano a parlarci.

E tu?

Hai letto il romanzo o visto il film di Guillermo del Toro?
Ti invito a condividere nei commenti le tue impressioni (oppure puoi trovarmi qui) e, se scrivi come me, a riflettere su quanto sia potente l’immaginazione di una donna che, più di due secoli fa, seppe trasformare un sogno in un classico eterno.